La famiglia Farsetti trova le proprie radici e origini in un paesino nei pressi di Massa in Toscana; un piccolo gruppo di casolari abitato da pastori.


Il primo personaggio noto della famiglia è un certo Pellegrino, vissuto nel XIV secolo, mentre il capostipite dei Farsetti veneziani fu Anton Francesco, bisnonno dell’abate Filippo Farsetti.


Fu proprio il ramo veneziano dei Farsetti a togliere dallo stemma la figura dell’istrice e il motto “COMINUS ET EMINUS”, forse per distinguersi dagli altri rami della famiglia. Lo stemma a noi noto, oggi conservato nella Biblioteca del Museo Correr di Venezia e presente fino al 1989 sotto il porticato della Villa a santa Maria di Sala, presenta una mezza luna nella parte superiore, colorata di blu, e due frecce incrociate in basso, nella metà  che probabilmente potrebbe essere stata colorata di rosso.


Dopo aver ricevuto in sorte dalla Repubblica veneta alcuni appezzamenti di

terreno, nella zona di confine con Ferrara, la famiglia Farsetti nel 1670

entrò in possesso di un palazzo sul Canal Grande, nella Contrada di San Luca

(acquistato da marina Bragadin), vicinissimo al ponte di Rialto. Si trattava di un

edificio prestigioso, abitato in precedenza da ben due dogi e risalente al periodo

bizantino, che ne faceva uno dei più antichi di Venezia.


Il Canal Grande in quel periodo, con i suoi 3750 metri di lunghezza, era

diventato, infatti, la grande “strada” della città lagunare, soprattutto in seguito

all’edificazione sulle sue rive delle imponenti case fondaco dei nobili veneziani.


Il palazzo venne fondato dai Dandolo, dove la stessa famiglia abitò per anni e

dove visse anche il Duca d’Austria; fu anche di proprietà dei Contarini, che lo

ristrutturarono dopo l’incendio avvenuto all’inizio del 1500, rifacendone la facciata

sul Canal Grande; poi passò ai Bragadin e quindi ai Farsetti.


Era un palazzo a pianta perfettamente quadrata, costituito da tre piani, due dei

quali furono aggiunti successivamente all’unico originale piano nobile.


La loggia a piano terra, rivolta verso il canale, presenta cinque arcate, di cui quella

centrale, più grande, è sorretta da capitelli di provenienza altomedievale, per

l’interesse di progettisti e committenti nell’uso di vecchi materiali. Addirittura

per questo edificio il Doge Enrico Dandolo inviò da Costantinopoli alcuni

marmi scelti necessari alla sua costruzione, rendendolo estremamente ricco e prezioso.


Il piano superiore (piano nobile) presenta un lungo loggiato costituito da 15 archi tutti uguali di tipo moresco.


Oltre al palazzo veneziano, come tutti i nobili che se lo potevano permettere, Antonfrancesco Farsetti acquistò un edificio in campagna lungo il fiume Brenta a Sambruson, vicino a Dolo, dove trascorreva i periodi di villeggiatura.


Ora il palazzo di Sambruson non esiste più, ma da alcune incisioni settecentesche si deduce che doveva possedere un giardino suddiviso in riquadri e ornato da numerose statue e grandi vasi di agrumi; un orto, un cortile e un piccolo brolo.


Fu però Filippo Farsetti, nato a Venezia il 13 gennaio 1704, unico figlio di Antonfrancesco e Marina Foscari, a far edificare l’imponente dimora nella campagna veneta.


Il luogo dove sorse la villa viene menzionato fin dal basso medioevo con il nome di Feudo di Sala (sito abitato fin dall’epoca romana come dimostrano le trecce della centuriazione), il cui territorio corrisponde all’attuale capoluogo di Santa Maria di Sala.


Prima dei Farsetti il territorio di Sala era appartenuto ai Carraresi e ai Contarini, che si legarono ai Carraresi attraverso dei matrimoni; poi fu dei Fonseca e dei Cortizoz (1660-1710), che realizzarono un palazzo sul luogo di un antico castello.


Filippo Farsetti ereditò nel 1733 il palazzo di Sala che riuscì ad ampliare notevolmente acquistando terreni nelle zone attigue; si interessò della bonifica di queste terre e cominciò i lavori architettonici sulle fabbriche preesistenti, per realizzare una villa del tutto anomala, nella consistenza e nell’aspetto, rispetto alla tradizione veneta.


Filippo Farsetti, pur essendo seguace del Lodoli, chiamò da Roma l’architetto Paolo Posi, noto per lo più per la sua attività di scenografo e allestitore di spettacoli. Posi realizzò, verso il 1760, la villa sul modello di Villa Adriana e Villa Albani di Roma.


Ne uscì una grandiosa architettura di gusto rococò, a tre piani con cornici e paraste di ordine dorico. Un gusto assolutamente innovativo, reso più originale da qualche inflessione francese, a cui però non mancava uno spiccato accento veneto.


La villa godeva di un suggestivo isolamento poiché attorno non vi erano precedenti insediamenti (singolarità dell’ubicazione).


La villa di Santa Maria di Sala si sviluppa simmetricamente in senso longitudinale con due ali ai lati del salone centrale di forma ellittica alto ben due piani, esternamente percepibile per la forma convessa che assume la facciata nel settore mediano. Esso risulta collegato all’esterno, al giardino dalle ampie aperture e dai vasti porticati. Tanto più che l’imponente mole dell’edificio viene smaterializzata da tutte queste aperture e dalle numerose rientranze e sporgenze della facciata.


I due edifici minori a superficie concava sono collegati al corpo centrale proprio dai porticati, dai quali si accede ai due scaloni interni che portano ai piani superiori, non collegati in alcun modo con il salone centrale. Al primo piano la disposizione spaziale è dominata da una sorta di corridoio – galleria che occupa l’edificio per tutta la sua lunghezza a cui si collegano salette laterali destinate in parte alla servitù, interrotte dal ballatoio anulare caratterizzato esternamente da una balaustra in legno. L’appartamento padronale si trova all’ultimo piano, con due splendide terrazze panoramiche (oggi in disuso).


Il preziosismo di Villa Farsetti raggiunge il massimo livello nell’uso fatto   dall’architetto al piano terra di colonne antichissime, 38 o più probabilmente 42. In parte scanalate, in parte lisce le colonne furono fatte arrivare da Roma grazie all’aiuto del cugino Rezzonico, divenuto Papa Clemente XIII; a Roma esse erano state utilizzate per un antico edificio ormai in rovina.


Farsetti riuscì così a realizzare un delicato connubio tra uno spirito e delle forme rococò e una serie di elementi antichi, come appunto le eleganti colonne greche inserite in questa innovativa composizione architettonica di impronta romana.


22 colonne furono collocate sulla facciata verso il giardino; 16 nel portico – un tempo tutto aperto perché si potesse vedere il giardino – ora purtroppo divenuto cieco per sistemare mura di rinforzo.


Le colonne di diversa fattura e provenienza ma dal diametro e altezza comuni, realizzate in rari marmi greci, alabastri egiziani, porfidi rossi e grigi, breccia d’Aleppa, marmo di Pario scanalato, si posano su un pilastro tripartito cui si affiancano a due a due sullo stesso piano.


Delle 42 colonne 4 sono composte di numerosi frammenti di marmo africano, le altre 38 sono di un solo pezzo. La cosa interessante è che non si ha notizia di altri monumenti antichi dove siano stati utilizzati marmi così preziosi.


Le colonne non costituiscono ordine architettonico ma sono “gemme” inserite nell’edificio, poichè tutto serve a impreziosire e rendere vibrante il paesaggio tra pieni e vuoti, tra giardino e portico.


Anche i capitelli dorici sono estremamente leggeri e preziosi, con la corona di ovuli scavati nella pietra; sono tutti uguali, di un solo pezzo in marmo greco antico.


Una parte preziosa della villa era il giardino, un giardino delle meraviglie, come venne spesso definito, una meravigliosa collezione di fiori e piante. Nella villa Farsetti tutto era imperniato sullo studio della botanica: piante sconosciute in Italia, provenienti da continenti lontani, erano trapiantate a Sala e da qui, su richiesta, venivano diffuse in altri paesi.


Filippo Farsetti costruì giardini, labirinti, cedraie (di cui oggi rimane solo una parte e che risultano da poco ristrutturate per dare sede ad uffici comunali e ad una sala polifunzionale), serre, boschetti, un labirinto e un orto botanico, che doveva occupare tutto il terreno antistante le “cedrere”.


Era stato lo stesso Paolo Posi a realizzare anche i disegni per le lunghissime serre, attrezzate con i più sofisticati impianti d’irrigazione, umidificazione e riscaldamento, assenti perfino in quelle dell’Università padovana. Furono elaborate serre con calidari, frigidari e tepidari per le piante esotiche e una stufa per gli ananas.


L’orto botanico conteneva quasi tremila piante (3500 erano quelle di Padova), tra cui i primi esemplari di magnolia glandiflora e di ananas importati in Italia, tutte novità per l’Italia e il veneto; poi l’abate piantò dei rari vitigni importati dalla Borgogna, assieme alla terra per loro più adatta e si dedicò alla raccolta di piante esotiche. Le piante usate per l’ornamento del giardino appartenevano a specie diffuse nel Veneto, mentre le piante esotiche restavano confinate nella sezione botanica; probabilmente solo gli agrumi e alcune specie in fiore venivano ad ogni stagione trasportate in vasi nel giardino.


Gli elenchi e le descrizioni delle piante, a noi pervenuti, testimoniano il valore scientifico, oltre che di bellezza naturale, di questo immenso patrimonio. Scienziati di tutta Europa recavano riferimento al Farsetti e alle sue collezioni botaniche, tra le più ricche del tempo.


Fu proprio nella torre studiolo deputata a custodire la biblioteca botanica, dove trascorreva gran parte del tempo negli ultimi anni che l’abate Farsetti morì (1774).


Egli si dedicò anche a questo settore con lo stesso entusiasmo e dispendio di mezzi precedentemente impiegati nella raccolta di antichi calchi.


Dai fiumi Tergola e Muson derivò due corsi d’acqua per il servizio della villa, delle peschiere, un laghetto ovale e delle fontane. L’acqua era la vera protagonista dei giardini rococò, ma qui non erano più quelle zampillanti del barocco, ma limpide vasche funzionali ai servizi in villa.


Sopra una collinetta innalzò un tempietto che raffigurava le terme e formò una ampio terrapieno ovale circondato da tassi sagomati ad arco che doveva rappresentare l’anfiteatro romano; realizzò una naumachia, un’arena in pietra viva ponendovi al centro una copia della Colonna Traiana, una strada romana con un ponte romano.


La villa Farsetti divenne una collezione di reperti antichi all’aria aperta, era la villa delle meraviglie, il giardino romantico di false rovine.


Un’idea del complesso, già però in parte distrutto, ci è data dall’incisione dal veneziano Antonio Lazzari eseguita nel 1833, unica testimonianza visiva del complesso pervenutaci.


La grande strada (cioè il Cavin di Sala) che passava attraverso la proprietà doveva raffigurare i resti di un’antica strada consolare, ornata di fontane, statue, iscrizioni, mentre un ponte doveva fungere da maestoso ingresso.


Inizialmente il Farsetti era solito aprire la villa agli abitanti del contado in particolari occasioni, offrendo cibi e spettacoli, come la corsa dei tori in arena, ma poi queste visite divennero sempre più rare.


Nella parte posteriore la barchessa e la foresteria/scuderia (oggi in ristrutturazione) fanno da contorno all’austera, ma semplice facciata, che si discosta completamente da quella principale per la mancanza di elementi decorativi e delle convessità e concavità di cui è ricca quella anteriore.


La barchessa, destinata dagli anni ’80 a biblioteca al piano terra e a sala riunioni al primo piano, ripropone un certo rigore costruttivo legato più alla tradizione veneta. La costruzione ripropone il rapporto tra pieni e vuoti dell’edificio principale, la stessa partitura e la decorazione delle finestre, ma il materiale laterizio lasciato a vista e la parte inferiore, sul portico, è ad archi.


Probabilmente questa fu una costruzione eseguita contemporaneamente alla villa per le proporzioni che sono visibili in essa, per la presenza di finestre ovali sotto il portico e per l’uso di attributi simili alla struttura principale.


Di fronte, l’edificio adibito a fattoria, in cui gli archi si susseguono più lenti, risale probabilmente ai primi decenni del Seicento, quando Sala era di proprietà dei Contarini. La chiave di volta, modellata e scanalata viene però ripresa, nelle fabbriche eseguite da Paolo Posi, negli archi di adiacenza e nelle mensole che sostengono la cornice di gronda del palazzo.


Di questa imponente struttura, che doveva rievocare i fasti dell’antichità romana, rimangono pochi edifici: i giardini, i boschetti, il labirinto, l’anfiteatro, le finte rovine sono andati perduti. Anche internamente le sale oggi appaiono spoglie e vuote, a chi visita la villa. Purtroppo gli arredi e le preziose collezioni alla cui realizzazione si era dedicato Filippo Farsetti sono andati completamente perduti.


Uno dei progetti dell’abate era, infatti, quello di realizzare un’Accademia di disegno, pittura e scultura nel suo palazzo veneziano e per questo aveva cominciato a collezionare importanti calchi in gesso, statue di manifattura antica e dipinti, da utilizzare come modelli per gli studenti (anche Canova li utilizzò per alcune sue opere).


Oggi Villa Farsetti a Santa Maria di Sala campeggia isolata e maestosa all’interno di un rettangolo verde, mentre le strade statali Padova-Treviso e Padova-Venezia le corrono a fianco e di fronte.


Collocandosi in un punto equidistante rispetto alle città di Padova, Treviso, Venezia, la villa si inserisce in un contesto territoriale molto particolare,. Infatti il territorio comunale è interamente compreso nella nota centuriazione romana, posta a nord-est di Padova, anche se i primissimi insediamenti potrebbero risalire ai Paleoveneti, come testimoniano i siti denominati “motte” (Stigliano, Veternigo vicini al fiume Muson). La colonizzazione romana ha impresso al territorio un assetto ben preciso e caratteristico: esso risulta squadrato da una serie di strade (i cardines di direzione est-evest) che si intersecano ad intervalli regolari e ad angolo retto, delimitando delle aree quadrate, le così dette centurie (da cui CENTURIAZIONE). Le strade presentano in genere una bordatura con una doppia fila di alberi o canali di scolo; le centurie internamente sono organizzate in campi con al centro gli edifici, i cui resti vengono tutt’ora in luce durante il lavoro nei campi.


Probabilmente quello a nord-est di Padova è l’esempio più bello e meglio conservato di centuriato esistente.


Dopo la morte di Filippo farsetti, il quale non riuscì, purtroppo, a vedere compiuti tutti i suoi ambiziosi progetti; la villa entrò in un periodo di decadenza, soprattutto in seguito al definitivo abbandono e alla scomparsa di molti personaggi che avevano collaborato alla sua realizzazione (come Francecso Pomai, che non si occupò più del giardino, o lo stesso Paolo Posi, morto nel 1776).


All’inizio dell’800 i Farsetti pensarono di vendere la villa, ma non giunsero ad alcun accordo, se non nel 1807, quando Demetrio Mircovich (di origine dalmata) acquistò la villa.


I Farsetti sparivano così dalla suntuosa villa costruita con tanta ambizione nel 1760.


Nel 1963, dopo essere stata di proprietà delle famiglie Selvatico e Jacur, venne acquistata dall’Ente per le Ville Venete, che si trovò di fronte ad uno stabile in completo abbandono, dove erano ancora presenti le tracce dell’adattamento ad Ospedale Militare, avvenuto nella prima guerra mondiale.


Nel 1965 l’Ente per le Ville Venete realizzò i restauri più urgenti.


Nel 1974 la villa venne venduta al Comune di Santa Maria di Sala, che ne curò il ripristino e che è l’attuale proprietario.

La Villa Farsetti

edificata nel

1760